Riflessioni in un giorno di pioggia

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Voi direte ma che novità, da te piove sempre, quindi? Quindi sono costretta a non andare a correre, per me linfa vitale, e allora do sfogo al mio cervello malato.

Si avvicina l’Immacolata, per tutti gli anni che sono stata nella mia città era giorno di invito a pranzo con i miei affetti, quelli più vicini. Io sono parca nelle elargizioni, non per braccino corto ma perché nessuno mi ha mai dato niente, tranne coloro che ho sempre invitato. Qui non parlo di regali o quant’altro, ma solo di affetto e considerazione.

Chiusa questa parentesi, il giorno dell’Immacolata per me sanciva l’apertura delle feste natalizie con gioia e serenità. Pulivo casa, programmavo il pranzo, addobbavo, apparecchiavo la tavola con le regole di Bon ton rivisitato da me. Tutto questo senza sforzo, ma solo per il piacere di sedermi a tavola e vedere li riuniti i miei amori, gli amori di una vita.

Eppure i miei sforzi non erano sufficienti alla riuscita della giornata festiva, chi arrivava in ritardo giusto per mangiare, chi voleva correre a casa subito dopo adducendo motivazioni balzane, chi si defilava con eleganza ed arroganza. Io ad inizio pranzo ringraziavo tutti di esserci, ma soprattutto ringraziavo che per un altro anno eravamo seduti uno di fronte all’altra. Non un’inezia!

Tutto questo è servito poco, ognuno, comunque, andava per la sua strada.

Ora, queste cose non posso farle più, mi sento dire: peccato che sei lontana, come ci sentiamo soli, la casa è vuota senza di te, le feste non sono più le stesse. Ma quando c’ero cosa avete fatto voi? Mi avete sempre risposto picche, strafregandovene dei miei sforzi e di come io ci tenessi ad avervi tutti lì accanto a me.

Io soffrivo allora ma soffro anche oggi, con la differenza che prima vi avevo comunque accanto, nonostante tutto, ora io sono sola in un paese dove non festeggia l’Immacolata e dove io sono realmente sola con la sola compagnia di mio marito.

A me, più di altri, è andata a quel servizio.

Pace… senza guerra.

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