Casa piena casa vuota

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magazzinoHo letto questo libro molti anni fa, a dire la verità non so neanche se ora è reperibile. Magazzino vita di Isabella Bossi Fedrigotti, casa editrice Tea due. Ho voluto proporverlo perchè è una storia particolare, di vite che entrano ed escono all’interno di un antico palazzotto signorile. Raccontato con una scrittura d’altri tempi, diversa dall’italiano scritto di oggi. Provate a leggerlo e vedrete la differenza.

Immersa nella lettura di Magazzino vita mi sono ritrovata a fare i conti con una casa che sopravvive ai suoi abitanti da oltre quattrocento anni. Definiamola meglio: un palazzotto signorile, almeno per quei tempi, che trattiene i ricordi invecchiando decorosamente e che se potesse parlare racconterebbe la storia delle generazioni che vi hanno abitato, che l’hanno vissuta.

Leggendo vengo presa da un senso di tristezza per quello che era ed ora non lo è più, un edificio che viveva, gioiva e brulicava di persone, emanava vita ed ora invece sopravvive alla quasi totale dismissione, alla non cura, all’aria tetra e pesante che vi si respira.

La famiglia di un tempo non c’è più, né fisicamente né mentalmente, nessuno ha più soldi per poterla portare agli antichi splendori, nessuno può permettersi di assumere schiere di domestici, cuoche e altri inservienti. Il tempo si è evoluto, si è fatto più veloce e tiranno, si ha bisogno di metri quadrati che soddisfano le esigenze di una vita moderna, si necessita di non pensare e di andare avanti.

Una casa così fatta invece impone delle regole ben precise come attenzione, il rigovernare ma soprattutto ci fa soffermare e pensare alle vite passate.

La scrittrice ci porta mano nella mano in un tour nella sua casa d’infanzia, attraverso magazzini che una volta erano occupati dalle regie poste e ora sono un ricettacolo utile solo per un robivecchi. Perché  qui nulla si butta, un giorno tutto può risultare utile. Dalla scala d’ingresso che porta al primo piano, costellato da ritratti di avi cupi con espressione severa, si passa ai salotti per ogni occasione, alle camere da letto, alle camere da pranzo che mutavano per ogni esigenza, con il tempo ha visto ridursi i suoi commensali fin ad arrivare a dover mangiare con un semplice e pratico tavolo per solo otto persone. Tutto si è ricompattato, ridimensionato, tutto si è rimpicciolito. Gli occupanti,  a causa del gelido freddo invernale, hanno cercato stanze più piccole ed accoglienti, armadi meno grandi per i pochi abiti che si potevano permettere di comprare. Nel palazzo per formalità e mentalità si è dato molto più spazio alle apparenze che non alle necessità degli occupanti, basti pensare ai disagi per raggiungere i servizi igienici, non previsti per ogni piano, alla cucina troppo distante dal luogo in cui si pranzava.

I mobili ormai quasi tutti tarlati o accantonati nel magazzino dabbasso, oramai troppo costoso per rimetterli a nuovo.

Attraverso questo viaggio non incontriamo solo oggetti e cose, ma i veri abitanti, i componenti della famiglia, le loro misere e aride vite, aneddoti e segreti che verranno svelati, gioie e dolori raccontati come se la scrittrice stesse dando voce ad un documentario, con tono monocorde.

Scoprire di un padre che per oltre dieci anni ha fatto intendere di scrivere la storia della sua famiglia, delle generazioni sul casato e si meraviglieranno, dopo molti anni la sua morte, che scrisse cinquecento pagine di un trattato di come un domestico avrebbe dovuto comportarsi con il suo padrone.

Un resoconto di generazioni, di individui vacui, senza riuscire a lasciare nulla ai suoi occupanti, nessun sentimento, nessuna emozione, pochi ricordi felici.

Sono stata catapultata in un altro mondo, un mondo che non c’è più e di cui non rimpiange nessuno, neppure la stessa scrittrice.

Il romanzo pur essendo stato trattato con un tono poco accattivante, si è irretiti dalla storia e fagocitati dal grigiore, che nonostante tutto diviene istruttivo e costruttivo.

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