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La poesia mostra il vero io

17 Giu

La poesia come risorsa di vita e strumento per mostrare il vero io, quello che dobbiamo, per necessità o per lavoro, tenere celato al mondo. Ma l’arte riesce in queste imprese formidabili, ossia tenere in equilibrio le varie personalità che albergano in noi. Tutto questo è avvenuto a Lodovico Balducci, solo grazie alla poesia e riuscito a esprime se stesso in pieno e senza fraintendimenti, pur essendo un bravo medico, facendolo con amore e devozione. Balducci in Poemetti quasi Sacri, editi dalla Kimerik, grazie alla poesia esprime il tormento, lo sfogo di comprendere la religione, Dio, essere con lui o contraddirlo.  È stata una bellissima esperienza intervistarlo.

Poemetti quasi sacri, la sua opera, da quale esigenza nascono? Dall’esigenza di parlare di me stesso, di spiegarmi. Il mio percorso vitale ѐ stato molto tormentato, ma solo nelle mie poesie sono stato capace di esprimere questo tormento. Può parlare di esigenza di sfogo, può parlare di necessità di dialogare con me stesso, può parlare di desiderio di manifestarmi per quello che sono alle persone per me importanti. Ho sempre sofferto di una dicotomia tra la persona ufficiale e la persona reale e senza dubbio queste poesie sono un tentativo di valicare questo fosso. Nel 2012 ho pubblicato in inglese un memoir intitolato Megalies “bugie colossali” in cui cercavo di ottenere questo scopo, ma trovo la poesia molto più appropriata delle prosa per esprimere la nostra esperienza di vita. Nella poesia come in ogni altra manifestazione artistica si può esprimere le contraddizioni alla base della esperienza umana.

Nei suoi pometti è evidente una lotta continua con la religione. Ma ora come si definisce? Più che una lotta continua la definirei una ricerca della fede che non può essere circoscritta in termini razionali. Il problema del male previene un’accettazione razionale di Dio. Come Camus ha scritto nel Mito di Sisifo: “se il male esiste per volontà di Dio, Dio non è buono; se esiste malgrado Dio, Dio non ѐ onnipotente. E Saramago ha illustrato molto bene l’ambiguità del dio biblico in “Caino” e “Il vangelo secondo Gesù Cristo.” Personalmente mi vedo come una persona sul punto di affogare a cui viene offerto un salvagente: l’amore come agape, che viene reso possibile dal sacrifico di Cristo. Sul punto di affogare uno prende il salvagente senza domandarsi se è stato propriamente collaudato. Non ha altre scelte. È quanto aveva capito Kant nel definire le antinomia della ragione. Se vogliamo usare un termine ufficiale, posso dire di credere in Dio, come credo in lei, in mio figlio, in mia moglie, nei miei nipotini. Ci credo come risultato di un incontro, non di un ragionamento. Nel greco antico c’erano quattro parole per amore: eros, la passione sessuale, filia, l’amicizia, eutekeia, l’amore tra genitori e figli e agape l’amore volontario che può includere le persone che non ci piacciono, le persone che ci hanno offeso, l’amore di chi ha scoperto che solo l’amore è creazione e vuole esserne parte. Agape è la parola per amore usata più frequentemente nel nuovo testamento.

Il suo lavoro come medico ha influenzato molte sue scelte e credenze? Sì, in due modi. Primo perché la scelta della professione medica ѐ stata una sfida a me stesso. Non mi sono mai sentito bene nella posizione di medico e anche se ho avuto qualche successo, mi sentivo come frodassi, non gli altri ma soprattutto me stesso. Senza la possibilità di affrontare questa sfida non sarei riuscito a stimare me stesso. Ѐ stato un processo tortuoso trovare la via di casa. Secondo perché ho imparato che la depressione che ha rappresentato una delle mie croci, diventava un assetto prezioso quando dovevo trattare con le persone che erano, purtroppo, in fin di vita. A differenza di molti miei colleghi, io non ho paura della morte. Questa scoperta che la mia depressione poteva essere un dono invece di una croce ha sicuramente rafforzato la mia fede. Questa situazione è stata espressa molto bene in una barzelletta che il rettore di Georgetown ha raccontato il giorno che mio figlio si ѐ immatricolato. Tre sacerdoti, un gesuita, un domenicano e un francescano decidono di giocare a golf, ma quando arrivano sul campo da golf trovano tre persone che bloccano la strada. I tre sacerdoti non riescono a raggiungere il primo buco dopo più di due ore, per cui rinunciano alla partita e vanno a lamentarsi con il direttore del campo da golf. Il direttore è molto comprensivo e risponde: me ne dispiace moltissimo reverendi padri, ma vedete, è un miracolo che quelle persone possano giocare, quelle persone sono cieche. A sentir questo il domenicano esclama: benedetto Dio misericordioso per il dono dell’intelligenza che permette a queste persone di vedere ciò che la loro vista non può raggiungere. Il francescano esclama: benedetto dio misericordioso per il dono della volontà che permette a queste persone di superare la loro disabilità. Ma il gesuita, più pratico, domanda: perché non giocano di notte?

Perché discutere sulla morte di Dio? Se è credente, non è morto se non lo è non esiste discussione. Un problema molto vessatorio per un credente come me è se Dio che ha accettato di morire come uomo non sia rimasto morto. Il problema centrale dell’incarnazione ѐ perché Dio come uomo non muore come uomo. Io credo nella resurrezione, ma riconosco che la domanda sulla morte di Dio è legittima, come fu posta da Heidegger: “C’è qualcosa di non chiaro in un Dio che accetta di diventare uomo ma vuole restare Dio.” La mia interpretazione, che ho espresso in molti poemi è che Dio si rende vulnerabile perché vuole essere amato, un po’ come Buddha che da principe indiano si ѐ fatto pezzente per incontrare l’umanità.

La questione della religione quanto tempo occupa all’interno della sua giornata? Tutta la mia giornata.

Questo genere letterario è stato da lei sempre amato? Assolutamente. Fin da adolescente ho scritto poesie. C’è stata una lunga pausa negli anni della università e della professione, ma qualunque cosa il pubblico pensa delle mie poesie, io mi sento molto più a mio agio come poeta di come mi sia mai sentito come medico.

Nel suo tempo libero cosa predilige? Oltre a tener cura dei miei deliziosi nipotini, amo molto scrivere e leggere. Amo viaggiare ma solo quando mia moglie viene con me. Allora formiamo un’equipe molto produttiva. Da solo mi sento angosciato soprattutto nelle città nuove. Le porto un esempio, la prima volta che sono andato a Lisbona per lavoro sono rimasto in albergo per una settimana. La seconda volta, con Claudia, non abbiamo lasciato un sasso di Lisbona o del sud del Portogallo inesplorati. Sono stato a Lecce almeno sei volte. Pochi giorni fa ci sono tornato con mia moglie e in due giorni ho visto più cose di quante ne avessi viste in due settimane da solo.

Prevede di pubblicare altre sue opere anche se di argomento diverso? Oltre a Megalies e Poemetti quasi Sacri sta per uscire un’altra collezione di poesie giovanili, intitolata  Rosario  con l’editore Panda. Inoltre ho completato un’altra raccolta di poesie intitolata Non ti chiamerò più dottore dove immagino che un malato di cancro lasci al suo oncologo una serie di lettere dirette alle persone che hanno influenzato più la sua vita in forma di poesie. In ottobre il regista Antonio Minelli metterà in scena il mio monologo intitolato Giobbe dove la figura biblica è una giovane donna morente di cancro mammario. Per concludere ho appena terminato di scrivere un altro monologo intitolato: il Vangelo secondo Maria. Come può vedere la religione ѐ la mia vita.

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Pubblicato da su 17 giugno 2018 in interviste

 

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